Per il progetto InPoint della Fondazione Don Guanella, i ragazzi e le ragazze della Preformazione, insieme a una stagista esterna, hanno realizzato un’intervista a Cecilia Soresina, dottoranda in letteratura e divulgatrice sui social. Attraverso i suoi profili Instagram e TikTok, Cecilia racconta la sua quotidianità come persona cieca e promuove una cultura dell’inclusione, dell’accessibilità e della consapevolezza.
Durante l’incontro sono emersi alcuni punti critici sull’accessibilità in Ticino, soprattutto nell’ambito turistico e culturale, evidenziando quanto ci sia ancora da fare per rendere il territorio davvero aperto a tutti e tutte. L’obiettivo di queste interviste è proprio quello di dare voce a persone direttamente coinvolte e di offrire un servizio di narrazione turistica accessibile e inclusivo, in linea con la missione del progetto InPoint. L’iniziativa offre ai giovani del territorio un’esperienza formativa concreta e dinamica: uno stage estivo di almeno un mese durante il quale è possibile entrare in contatto diretto con il pubblico e con la realtà turistica locale, sviluppando competenze relazionali, organizzative e comunicative. Gli stagisti e le stagiste lavorano fianco a fianco con professionisti e professioniste del settore educativo e della promozione del territorio e, per riconoscere il loro impegno, viene offerto loro un piccolo contributo mensile come segno di apprezzamento per il lavoro svolto nella comunità. In questa occasione, i partecipanti al progetto hanno intervistato Cecilia Soresina e l’hanno accompagnata in un tour alla scoperta del borgo di Riva San Vitale, esplorandone insieme il potenziale inclusivo e raccogliendo spunti preziosi per rendere il territorio più accessibile.
Per prima cosa raccontaci qualcosa di te.
Mi chiamo Cecilia Soresina, ho 27 anni e sto svolgendo un dottorato di ricerca in letteratura. In pratica, mi pagano per leggere e scrivere — cosa che trovo bellissima! Nel tempo libero gestisco un profilo Instagram e uno su TikTok dove provo a spiegare, sempre con molta ironia, cosa significhi essere una persona cieca. Il mio obiettivo è quello di sensibilizzare i miei followers su temi come l’inclusione, la diversità e l’accessibilità.
Cosa fai durante le tue giornate?
Mi piace molto leggere al computer e scrivere. Vado spesso al cinema: riesco a seguire i film, soprattutto se sono commedie o film non troppo visivi, magari con una trama semplice. Se vado con un’amica o con mia mamma, ogni tanto mi spiegano cosa succede sullo schermo. Anche su Netflix ormai ci sono molti film con audiodescrizioni, e questo aiuta tantissimo. Oltre a questo, esco con gli amici, viaggio e faccio le stesse cose che fanno tutti. Molte persone pensano che, solo perché non vedo, io non possa uscire o divertirmi, ma non è così: con un po’ di accorgimenti si può fare quasi tutto. Ovviamente non posso guidare… ma con le auto che si guidano da sole, chissà, magari un giorno anche quello sarà possibile!
Come si chiama il tuo cane guida e come vi trovate insieme?
Si chiama Gloria, ha cinque anni e vive con me da tre. Lavora come cane guida senza ricevere uno stipendio, e questo è davvero un’ingiustizia! Prima di avere Gloria ero una cieca con il bastone, ora invece posso muovermi con maggiore autonomia. Va chiarito che un cane guida non è un GPS: non puoi dirgli “portami alla Denner di Riva San Vitale”. Deve conoscere i percorsi, e io glieli ho insegnati. Gloria si ferma davanti agli scalini, evita ostacoli e persone, ma non distingue i colori dei semafori, perché i cani vedono solo in bianco e nero. Lei è il mio primo cane guida: si può avere a partire dai 18 anni, perché bisogna essere responsabili della sua cura, nutrirlo e gestirlo in autonomia.
Conosci Riva San Vitale e le sue attrazioni turistiche? Pensi si possa definire un paese inclusivo?
Sì, la conosco perché sono cresciuta a Mendrisio, quindi è difficile non conoscerla. Da bambina ho visitato il Battistero con il gruppo di catechismo. Da adulta, invece, non saprei dire se ad oggi Riva San Vitale sia davvero un paese inclusivo… lo scopriremo insieme.
Tra le attività che svolgiamo nel progetto InPoint, due mattine alla settimana accogliamo i gruppi di bambini dei centri estivi dell’Associazione Famiglie Diurne del Mendrisiotto. Con loro organizziamo un tour turistico di Riva San Vitale, una caccia al tesoro a tema per i più piccoli e dei laboratori con l’argilla. Secondo te, quali potrebbero essere attività a tema turistico adatte anche a bambini e bambine con condizioni visive diverse?
I bambini ciechi o ipovedenti possono fare tantissime cose. Mi avete raccontato che usate l’argilla, e trovo che sia un’idea bellissima: modellare, più che dipingere, è un’attività molto divertente per chi non vede. Oltre a questo, si possono organizzare giochi con la musica oppure cacce al tesoro sensoriali, in cui gli indizi non si leggono ma si ascoltano, si toccano o si annusano. Non è difficile: basta pensare di coinvolgere gli altri sensi, che nelle persone cieche sono spesso più sviluppati. Così anche loro possono partecipare e divertirsi pienamente.
Come si potrebbe valorizzare il patrimonio culturale ed enogastronomico di Riva San Vitale e del Mendrisiotto in chiave inclusiva, in particolare per le persone cieche?
Credo si potrebbe lavorare molto sull’aspetto sensoriale. Aggiungere scritte in braille e puntare maggiormente sull’audio — per esempio attraverso audioguide o visite guidate condotte da persone competenti, che sappiano trasmettere ciò che raccontano anche a chi non può vedere.
Non sono un’esperta di accessibilità museale, parlo dalla mia esperienza personale di persona cieca, ma penso che rendere l’esperienza più “ascoltabile” e, dove possibile, anche tattile, sarebbe un grande passo avanti.
Secondo te, su cosa dovrebbe ancora lavorare il Canton Ticino nell’ambito del turismo accessibile?
Sicuramente bisognerebbe introdurre il braille in modo più diffuso — sui cartelli informativi, nei musei, per strada. Servirebbero anche materiali accessibili in formato audio. Penso sarebbe importante potenziare le audioguide, così che una persona possa ascoltare anziché leggere, soprattutto nei musei. Un altro aspetto è quello economico: spesso in Ticino pago il biglietto d’ingresso, mentre in molti altri Paesi le persone con disabilità entrano gratuitamente. È un piccolo gesto, ma fa la differenza. Diciamo che, da questo punto di vista, la Svizzera potrebbe essere un po’ più inclusiva.
In Svizzera esistono infopoint inclusivi?
Non ne sono sicura, anche perché l’idea stessa di infopoint oggi è un po’ superata. Personalmente non li frequento: di solito cerco le informazioni online o mi muovo con amici. Posso però immaginare che non ce ne siano molti, anche perché già solo distribuire una mappa non è un approccio inclusivo: per una persona cieca, una mappa cartacea non è di grande aiuto.
Nella tua esperienza personale, hai notato differenze di trattamento tra il Canton Ticino e gli altri Cantoni dal punto di vista turistico?
Non posso dire di aver fatto tantissimo turismo in tutta la Svizzera, ma posso parlare della differenza tra il Ticino e il resto del mondo. Qui non sono ancora molto abituati alle persone con disabilità visiva: se arrivi e chiedi un biglietto ridotto in un museo, spesso non sanno come gestire la situazione. A volte capita che io sia la prima persona cieca che vedono. Ricordo, ad esempio, che ai castelli di Bellinzona una signora non voleva lasciarmi salire perché aveva deciso che non potevo fare le scale… ma io, anche se non vedo, cammino senza problemi! Credo che ci siano sempre buone intenzioni, ma manca la formazione. Viviamo in un territorio piccolo, quindi è normale che ci siano meno occasioni di incontro con persone con disabilità. In una grande città, come Zurigo o Milano, è diverso: lì ne vedono molte di più e l’approccio cambia. Di recente sono stata in Perù — sono tornata da pochi giorni! — e ho fatto un viaggio incredibile, sono stata in Amazzonia, ho fatto rafting e molte esperienze particolari. Lì, però, le persone erano davvero spiazzate: non erano abituate alla disabilità. Dipende molto da dove vai e da come le persone reagiscono. Per contro, in altri luoghi si trovano realtà molto più preparate: ad esempio, al MoMA di New York ci sono stanze dedicate alle persone cieche o ipovedenti, con quadri in rilievo e descrizioni audio per ogni opera. Quello sì che è un approccio davvero inclusivo.
Dal punto di vista professionale, com’è la situazione per le persone cieche?
Purtroppo è ancora molto difficile. Io ho avuto la fortuna di frequentare scuole ordinarie, ma fino a 30-40 anni fa le persone cieche o ipovedenti non avrebbero potuto accedere all’istruzione tradizionale: sarebbero state indirizzate a scuole speciali. Oggi studiare e frequentare l’università resta complesso, e una volta terminati gli studi ci si trova spesso completamente soli nella ricerca di un lavoro. Nel mio caso, anche con ottimi voti e una formazione completa, inviare curricula è stato un percorso difficile: non sai mai se dire subito che non ci vedi, perché potrebbe precluderti il colloquio, oppure rischi che non ti assumano automaticamente. In Ticino, poi, le persone cieche sono poche, molte sono anziane e non cercano lavoro, quindi la situazione lavorativa non è semplice. Io ho avuto fortuna: un professore con cui mi ero laureata aveva un posto libero in università e mi ha proposto di diventare sua assistente. Chi poteva dire di no a un’occasione così?
E dal punto di vista delle relazioni sentimentali?
Non sono molti i maschi disposti a uscire con una ragazza non vedente, e non esiste un vero “Tinder per ciechi”. Le app di incontri tradizionali si basano tutte sulle foto, che io non posso vedere, e spesso le persone notano prima la disabilità e non la persona. Una mia amica non vedente ha avuto una relazione con un ragazzo vedente senza problemi, ma i genitori di lui cercavano di ostacolarli per pregiudizi sulla disabilità. Essere ciechi, in un certo senso, permette di concentrarsi su altri aspetti: l’aspetto fisico passa in secondo piano, e ciò che conta è l’intelligenza, l’ironia, la simpatia della persona, non i canoni estetici.
Per il progetto InPoint della Fondazione Don Guanella abbiamo invitato Denise Carniel, attivista e consigliera comunale a Bellinzona. Con lei abbiamo parlato di accessibilità, turismo inclusivo e delle sfide che ancora oggi caratterizzano il Canton Ticino e i suoi Comuni. Di seguito trovate l’intervista realizzata dai ragazzi e dalle ragazze della Preformazione, insieme a una stagista esterna che ha aderito al nostro progetto.
L’iniziativa offre ai giovani del territorio un’esperienza formativa concreta e dinamica: uno stage estivo di almeno un mese all’InPoint, durante il quale è possibile entrare in contatto diretto con il pubblico e con la realtà turistica locale, sviluppare competenze relazionali, organizzative e di comunicazione, lavorando fianco a fianco con professionisti e professioniste del settore educativo e della promozione del territorio. Inoltre, per riconoscere il loro impegno e rafforzare il senso di responsabilità e partecipazione al progetto, viene offerto loro un piccolo contributo mensile, pensato come segno di valore e apprezzamento del lavoro che svolgono all’interno della comunità.
Gli stagisti e le stagiste coinvolte si sono preparate con cura, hanno fatto le domande a Denise Carniel e poi l’hanno accompagnata in un vero e proprio tour narrativo per le vie del borgo di Riva San Vitale, raccontando storie e curiosità del paese.
Conosci Riva San Vitale e le sue attrazioni turistiche?
In realtà conosco bene il Luganese e i suoi principali paesi, ma il Mendrisiotto e Riva San Vitale li conosco poco. Proprio per questo sono felice di scoprirla insieme a voi oggi.
Si può definire Riva San Vitale un paese accessibile?
Per quello che ho visto finora, direi di no. Faccio un esempio: dalla stazione di Capolago sono arrivata qui con un autobus troppo piccolo per permettermi di muovermi liberamente con la mia sedia a rotelle elettrica. La TPL (Trasporti Pubblici Luganesi), ad esempio, utilizza mezzi più spaziosi e il personale segue corsi di sensibilizzazione; non so se lo stesso avvenga per l’AutoPostale. L’autista è stato però gentile ed era preparato nell’utilizzo della pedana, il che non è affatto scontato, ma ha dovuto farmi scendere in un punto diverso rispetto alla fermata di Riva San Vitale Piazza: lì, infatti, ci sono delle barriere architettoniche, dei blocchi di cemento sul marciapiede che ostacolano il passaggio. Ma anche nel punto alternativo, dove sono scesa, la pedana non poggiava su una superficie a norma, era troppo in pendenza.
Per questo credo sia importante che il Comune, lo dico in maniera costruttiva e non accusatoria, rifletta su come diventare davvero inclusivo. Un paese accessibile per una persona in sedia a rotelle lo è anche per una donna incinta, per chi spinge un passeggino, per un anziano col deambulatore o con il bastone, e persino per chi ha difficoltà visive.
Su cosa deve ancora lavorare il Canton Ticino nell’ambito del turismo accessibile?
Secondo me ci sono due aspetti fondamentali. Il primo è quello pratico: ridurre le barriere architettoniche, sistemare marciapiedi e ingressi dei negozi. Non è semplice, ma nemmeno impossibile. Il secondo riguarda il cambio di mentalità: bisogna capire che l’accessibilità non è solo legata agli spostamenti sanitari. In Ticino, ad esempio, la Croce Rossa offre un servizio di trasporto, ma solo per visite mediche o fisioterapia, come se una persona con disabilità non avesse una vita sociale. Anche noi vogliamo andare al cinema, al ristorante, lavorare, vivere pienamente.
Faccio un esempio personale: quando sono stata eletta al consiglio comunale di Bellinzona, è emerso subito un grosso problema. L’edificio municipale non era accessibile: niente ascensore, e io con la carrozzina elettrica non potevo entrare. Mi fu proposto un montascale cingolato, una sorta di sedia del dentista con cingoli: poco comoda e dannosa per la schiena. Per mesi l’ho usato, per non sembrare polemica, ma alla fine il medico mi ha vietato di continuare e ho dovuto scrivere a Berna per ottenere un montascale adeguato. Il problema è che molte città ticinesi sono di origine medievale e non si può intervenire senza l’autorizzazione dell’Ufficio dei beni culturali. Questo complica tutto, ma non può essere una scusa per rinunciare all’accessibilità.
In Ticino ci sono tante persone di buon cuore che si impegnano, ma il ritardo è ancora grande. Spesso a occuparsi di accessibilità sono persone che non hanno mai usato una carrozzina o vissuto certe difficoltà in prima persona. La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità dice chiaramente: «Non si parli più di noi senza di noi». Ecco, il primo passo è proprio questo: vedere i problemi, ascoltare chi li vive e costruire insieme soluzioni concrete.
Come si potrebbe valorizzare il patrimonio culturale ed enogastronomico di Riva San Vitale, e del Mendrisiotto, in chiave accessibile?
Poche persone lo sanno, ma esiste un’applicazione chiamata Ginto, che fornisce informazioni su diversi aspetti dell’accessibilità, come toilette, parcheggi, hotel e altro, aiutando a pianificare viaggi senza barriere. In pratica, è come un “Tripadvisor dell’accessibilità”. L’app è attiva in tutta la Svizzera e, in Ticino, l’obiettivo è farla conoscere sempre di più.
Ad esempio, per quanto riguarda i servizi igienici per le persone con disabilità, per legge dovrebbero essere tutti chiusi e accessibili solo con una chiave chiamata Eurokey. Si tratta di un sistema universale che permette di entrare in ascensori, bagni, spogliatoi e altri impianti riservati. Questo è particolarmente importante se si pensa che circa il 70% delle donne con disabilità motoria è cateterizzata e ha bisogno di un bagno pulito e sicuro per gestire autonomamente un processo delicato. Se il bagno fosse accessibile a chiunque, non sarebbe possibile garantire le condizioni necessarie. Fortunatamente, ottenere la chiave Eurokey è semplice: costa 16 CHF, può essere richiesta alla Pro Infirmis e rimane propria per sempre.
Allo stesso tempo, dal punto di vista commerciale, per un ristorante o qualsiasi attività essere segnalati come accessibili è un grande vantaggio: rappresenta una pubblicità positiva e concreta. Proprio per questo, io e il mio gruppo di lavoro stiamo cercando di importare dalla Svizzera interna uno sticker simile a quello “Formiamo apprendisti”, da applicare sulle porte dei ristoranti, con scritto “Qui è accessibile”, così che le persone con disabilità non debbano chiedere ogni volta. Inoltre, se i punti informativi turistici verificano e segnalano i ristoranti che rispettano già questi standard, si può creare una lista affidabile per chi ha esigenze particolari.
Nonostante questi strumenti, chi ha delle disabilità sa che nel 90% dei casi, quando va in vacanza, non troverà quello che servirebbe davvero. Un altro enorme fastidio è, ad esempio, che nei ristoranti gli adulti con disabilità spesso non vengono considerati autonomi: non gli viene servito vino, o si presume che debbano bere poco. Allo stesso modo, se una persona con disabilità va a cena, si chiede all’accompagnatore cosa desidera mangiare, invece di rivolgersi direttamente a lei. Sarebbe come chiedere alla madre di un bambino di due anni il nome del figlio invece di chiedere al bambino stesso. Questo atteggiamento fa sentire le persone incapaci di scegliere e autodeterminarsi, quando invece dovrebbero essere trattate come tutti gli altri.
Il problema si estende anche agli hotel: molte strutture dichiarano di essere accessibili, ma in realtà presentano quella che io chiamo “accessibilità a metà”. Ad esempio, può esserci una rampa per entrare e un ascensore per salire ai piani, ma il bagno spesso è inaccessibile. In questi casi, ci si trova a dover limitare le proprie attività serali. Per migliorare davvero, bisognerebbe prendere esempio da Paesi come il Canada, dove il turismo inclusivo garantisce che chi ha difficoltà trovi servizi completi e coerenti, permettendo a tutti di godersi la vacanza senza limitazioni.
Come si potrebbero proporre attrazioni e attività turistiche alle persone con disabilità?
Durante un mio intervento, in occasione di una manifestazione, sono stata cinica perché ho detto: “La condizione più democratica al mondo è la disabilità, perché prima o poi tocca tutti”. Io propongo le stesse attività pensate per chi non ha disabilità, senza insistere sulle differenze. Ad esempio, come già fate, proporrei anch’io laboratori di ceramica o di plastilina, giochi di società e altre attività creative per i bambini. Tutti, indipendentemente dalle proprie capacità, hanno bisogno di rispetto, cura, tenerezza e allegria; basta creare contesti che permettano di esprimersi attraverso l’azione e di incontrare gli altri. Per quanto riguarda il tour del borgo, l’idea di raccontare i luoghi è davvero bellissima, proprio perché alcune aree storiche o architettoniche non sono completamente accessibili. Un consiglio concreto che vi potrei dare riguarda il Museo delle biciclette nel nucleo storico: poiché non è totalmente accessibile, in alcune occasioni si possono esporre le biciclette all’esterno, permettendo anche a chi non può entrare di vederle. Inoltre, per supportare i ragazzi che narrano in maniera professionale ed esaustiva, è utile integrare anche supporti audio e video, in modo che l’esperienza sia fruibile a tutti.
Siamo felici di condividere l’esito molto positivo del doppio evento che ha visto protagonista Paolo Milone, psichiatra e scrittore genovese, all’interno del percorso formativo 2025–2026 del Settore Adulti, intitolato Il corpo nella relazione educativa.
Il primo momento è stato riservato alle persone iscritte alla formazione, con una partecipazione che ci ha colpito in modo particolare: la metà proveniva da realtà esterne, segnale forte di apertura e desiderio di confronto tra professioniste e professionisti del settore socio-educativo.
In serata, lunedì 7 luglio 2025, il chiostro della Fondazione Don Guanella di Riva San Vitale ha ospitato la presentazione del nuovo libro di Paolo Milone, Una piccola fine del mondo. Intorno alla crisi psicotica (Einaudi, 2025). L’incontro, gratuito e aperto a tutte le persone interessate, è stato un momento intenso di riflessione sul tema del contenimento emotivo, ambientale e fisico come atto consapevole.
Il dialogo tra l’autore e Marco Aschwanden, avvocato e lettore appassionato, ha offerto spunti profondi e a tratti provocatori, capaci di interrogare chi si occupa quotidianamente di relazione educativa e cura.
Durante la serata era presente anche un bookshop curato dalla Libreria del Corso di Chiasso, che ha messo a disposizione tutti i titoli di Milone, contribuendo a rendere l’atmosfera ancora più coinvolgente.
Ringraziamo di cuore tutte le persone che hanno partecipato e collaborato alla riuscita di questa doppia occasione di incontro e scambio.
Continuate a seguirci: altri eventi sono in arrivo!
A fine giugno il Gruppo Giallo ha vissuto una settimana indimenticabile tra scoperte, risate e momenti di vera condivisione.
La nostra avventura è iniziata con una sosta a Verona, per spezzare il viaggio verso Jesolo. Dopo una passeggiata nel centro storico, una vista all’Arena e al famoso balcone di Giulietta, ci siamo concessi un pranzo al sacco in un parchetto. E con grande sorpresa… abbiamo incrociato anche gli amici del Gruppo Villa, diretti nella nostra stessa meta!
Arrivati a Jesolo nel tardo pomeriggio, eravamo già in pieno mood vacanza: la sera stessa ci siamo uniti al Gruppo Villa per una serata con musica dal vivo, balli e tanta allegria. Il mare agitato nei giorni seguenti è stato il nostro parco giochi: tuffi, onde e partite con il pallone hanno coinvolto tutti, anche i più timidi!
Mercoledì è stata la volta del JMuseo di Jesolo (con gli amici del Villa), teoricamente per vedere un’installazione di storia naturale: dinosauri e animali, come pubblicizzato dal sito… una volta lì però abbiamo scoperto che i dinosauri si erano estinti l’anno precedente e non rimaneva altro che la mostra su Picasso… ma niente paura! La nostra guida ha saputo coinvolgerci e la visita si è trasformata in un viaggio curioso e interessante nell’arte del grande maestro.
Una sera abbiamo deciso di noleggiare due risciò e ci siamo lanciati in una gara: tra risate, fatica e un bel po’ di confusione iniziale, ma per finire abbiamo riscoperto il valore del lavoro di squadra!
Per l’ultima sera abbiamo scelto qualcosa di speciale: pizza in spiaggia sotto le stelle, sulle sdraio, in un’atmosfera familiare e calorosa. Il meteo però aveva altri piani: durante la passeggiata serale ci ha sorpreso un temporale! Ma non ci siamo persi d’animo: ci siamo rifugiati in una sala giochi tutta per noi, trasformando l’imprevisto in una serata super divertente tra videogiochi e premi (braccialetti per tutti!).
Il rientro è stato addolcito da una sosta a Treviso, con passeggiata nel centro e una visita al Duomo, dove abbiamo potuto ammirare un’opera di Tiziano.
Tra attività, nuove conoscenze (come l’ispettore di Polizia Andrea, incontrato in spiaggia!) e risate condivise con il Gruppo Villa, questa colonia estiva è stata un vero concentrato di emozioni.
E come dimenticare la nostra paperella mascotte? Presente in ogni foto, ha creato un’irresistibile serie di gag, scherzi e piccole scenette che hanno coinvolto tutti, educatori compresi! Le foto con la paperella ci hanno fatto piegare in due dalle risate! Abbiamo inventato pose, scenette e perfino ambientazioni, ormai è diventata una star e vogliamo continuare con questa tradizione! Ma serve un nome all’altezza… ci aiutate a trovarlo?
Siamo felici di raccontarvi una bella notizia: l’azienda Assidu ci ha donato delle borracce per tutti i nostri ospiti!
Per la nostra Fondazione, l’attenzione alla sostenibilità ambientale è parte integrante della cura della persona e del contesto in cui vive. Siamo felici dunque di poter condividere questi valori con realtà del territorio che, come Assidu, mettono l’etica al centro della propria attività.
La sensibilità di Assidu nei confronti dell’ambiente si riflette in iniziative come questa, che contribuiscono a ridurre l’uso della plastica monouso e a promuovere comportamenti più responsabili. Un gesto semplice, ma dal grande valore simbolico.
Per noi, che crediamo in uno stile di vita più attento e sostenibile, è un segnale importante: ogni piccolo cambiamento può fare la differenza, soprattutto se condiviso. Le borracce saranno utili ogni giorno, ma soprattutto ci aiuteranno a diffondere una cultura del rispetto per l’ambiente anche nei gesti quotidiani.
Un grazie sincero ad Assidu per il supporto e per averci aiutati a rendere il nostro impegno ancora più concreto.
Anche quest’anno il Torneo Estivo organizzato dal FC Riva San Vitale non ha deluso le nostre aspettative, anzi: si è rivelato un’esperienza ancora più coinvolgente e ricca di emozioni rispetto all’edizione precedente!
Nelle mattinate del 14 e 15 giugno, il campo sportivo si è animato di energia, sorrisi e tanto spirito di squadra. Tra i protagonisti anche le nostre squadre miste della Fondazione Don Guanella, composte da adulti, minori ed educatori del laboratorio di Attività motoria del Settore Adulti. In totale, ben 25 partecipanti hanno preso parte al torneo, dimostrando sul campo quanto lo sport possa essere strumento di unione, crescita e condivisione.
Le nostre partite si sono svolte sabato mattina, tra le 11.00 e le 13.00, sotto un sole complice e davanti a un pubblico caloroso che ha saputo sostenere ogni azione, ogni corsa, ogni sorriso. Per noi è stata una nuova occasione per mettersi in gioco, sfidare i propri limiti e, soprattutto, vivere un momento di socialità autentica.
L’entusiasmo era alle stelle fin dal primo fischio d’inizio: chi ha partecipato lo sa bene, chi ha assistito lo ha visto negli occhi dei giocatori. L’esperienza dello scorso anno ha lasciato il segno e questa nuova edizione ha confermato tutto il valore di un’iniziativa semplice, ma potentissima!
Come da tradizione, il momento conviviale al termine delle partite ha concluso la giornata nel modo più bello: un panino, una bibita fresca e tante risate condivise accanto al campo. Un piccolo gesto, ma carico di significato, che ci ha ricordato quanto sia importante ritrovarsi, conoscersi, stare insieme.
Un grazie di cuore va al FC Riva San Vitale per l’organizzazione impeccabile e per l’apertura verso realtà come la nostra. E grazie anche a tutti coloro che hanno sostenuto l’iniziativa, rendendo possibile la partecipazione dei nostri ospiti.
Eventi come questo ci ricordano quanto lo sport possa diventare linguaggio universale, ponte tra generazioni e opportunità di crescita per tutti. Per la nostra Fondazione, è stata un’occasione preziosa di inclusione, formazione e partecipazione attiva alla vita della comunità.
Ci portiamo a casa tanto entusiasmo, bei ricordi e… la voglia di tornare in campo anche l’anno prossimo!
A Riva San Vitale è nato un progetto innovativo che unisce turismo, formazione giovanile e valorizzazione del territorio: l’InPoint – Servizio di narrazione turistica, inaugurato sabato 14 giugno in Piazza Grande. L’evento ha attirato numerosi curiosi e abitanti che hanno potuto scoprire in anteprima gli spazi pensati per accogliere turisti, famiglie e visitatori di ogni età.
L’InPoint non è solo un punto informativo: è un luogo dove il racconto del territorio prende vita attraverso le voci dei giovani. Il progetto nasce dalla collaborazione tra il Comune di Riva San Vitale e la Preformazione professionale della Fondazione Don Guanella, coinvolgendo ragazze e ragazzi del Settore minorenni in un’esperienza di stage a stretto contatto con il pubblico. Accanto a loro, personale educativo garantirà un supporto costante, offrendo un servizio professionale e attento.
Lo sportello sarà aperto:
L’iniziativa si inserisce in un contesto più ampio di valorizzazione del Mendrisiotto e offre ai visitatori un’esperienza diversa dal solito: un viaggio tra storie, curiosità e bellezze del territorio, raccontate da chi lo vive ogni giorno.
Ma l’InPoint è anche un’occasione formativa importante. L’obiettivo è duplice: da un lato avvicinare i giovani al mondo del lavoro attraverso un’esperienza concreta e stimolante; dall’altro, offrire al pubblico un servizio autentico, radicato nella comunità locale.
E c’è di più: il progetto è aperto anche ai giovani del territorio che desiderano mettersi in gioco. Un invito a partecipare a un’esperienza dinamica, in cui apprendere, crescere e contribuire alla vita del proprio paese.
Con l’apertura dell’InPoint, Riva San Vitale si conferma un comune attento all’innovazione sociale e alla partecipazione attiva dei giovani. Un modello che merita attenzione, perché dimostra come il turismo possa essere anche uno strumento educativo e di inclusione.
L’estate 2025 sarà quindi anche l’estate del racconto, fatto di voci giovani, accoglienza e passione per il territorio.
Nel cuore delle Alpi lombarde, tra le province di Como e Sondrio, si snoda un percorso che unisce la bellezza dei paesaggi montani e il richiamo della spiritualità: il cammino “Sui passi di Don Luigi Guanella”. Con i suoi 140 km percorribili in cinque tappe, il cammino ripercorre le orme di don Luigi Guanella, sacerdote e fondatore dell’Opera don Guanella, noto per la sua instancabile dedizione al servizio degli altri e per il suo amore per la montagna.
Un cammino che attraversa storia, fede e natura
Questo percorso non è solo un cammino fisico, ma anche un’esperienza di riflessione e meditazione. Lungo il cammino si attraversano luoghi significativi della vita di don Guanella, tra cui antiche vie di comunicazione come la Via Spluga, la Via Bregaglia, la Via Francisca e la Via Regina, che da secoli collegano i territori delle Alpi. Queste strade, testimoni di secoli di storia, sono oggi teatro di un pellegrinaggio che unisce la fatica del cammino alla ricerca di una dimensione spirituale più profonda.
Il percorso si snoda tra sentieri, mulattiere e strade di montagna, offrendo così l’opportunità di immergersi nella natura selvaggia e incontaminata, con un dislivello totale di circa 5960 metri. La bellezza del paesaggio alpino è accompagnata dalla serenità della meditazione e dalla riflessione sul cammino di fede che don Luigi Guanella ha percorso nella sua vita.
Un cammino tutto l’anno
Il cammino “Sui passi di Don Luigi Guanella” è accessibile durante tutto l’anno, un’opportunità per chiunque desideri avventurarsi in questo pellegrinaggio spirituale e naturale. Con un livello di difficoltà moderato, il cammino può essere percorso sia da escursionisti esperti che da chi si avvicina per la prima volta al trekking. Ogni tappa è un invito alla meditazione e alla contemplazione.
Un viaggio nei luoghi guanelliani
Ogni tappa del cammino è anche un invito a scoprire luoghi che sono stati fondamentali nella vita di don Guanella. Tra questi, figurano edifici religiosi, realtà educative e assistenziali, musei e aree espositive che raccontano la storia del fondatore dell’Opera don Guanella e del suo impegno nel prendersi cura degli ultimi.
In particolare, la tappa finale del cammino porta i pellegrini a Como, città che ha visto nascere e svilupparsi l’opera di don Guanella. Qui, tra chiese e istituzioni, è possibile immergersi nell’eredità spirituale e educativa che il sacerdote ha lasciato, testimoniando una vita vissuta al servizio degli altri.
Un progetto nato nel 2011
Il cammino è stato ideato nell’ambito del progetto “Sui passi di Don Luigi Guanella”, promosso dalla Provincia Sacro Cuore dei Servi della Carità in occasione della canonizzazione di Don Guanella nel 2011. Questo pellegrinaggio vuole celebrare la sua figura e la sua opera, ma anche offrire ai pellegrini un’opportunità per riscoprire il valore del cammino come momento di riflessione, crescita spirituale e connessione con la natura.
In conclusione, il cammino “Sui passi di Don Luigi Guanella” non è solo un percorso fisico, ma un’esperienza che invita a riscoprire la propria spiritualità, ad affrontare la fatica del cammino come un atto di fede e a lasciarsi ispirare dalla vita di un uomo che ha dedicato la sua esistenza al bene degli altri. Un viaggio che, passo dopo passo, ci conduce a riscoprire il senso profondo della nostra vita.
A tutte le persone che vorranno mettersi “sui passi di don Luigi Guanella” auguriamo un buon cammino!
Per maggiori informazioni visita il sito https://suipassididonguanella.org/
Lo sapevi che… esistono migliaia di varietà di mele e che le arance, come le conosciamo, non esistono in natura?
A rivelarlo sono i partecipanti al laboratorio di giardinaggio della nostra Fondazione, che, dopo aver approfondito questi temi, ci condividono alcune curiosità sorprendenti. Per esempio, l’arancia è il frutto di un incrocio naturale tra il mandarino e il pomelo, scoperto per la prima volta nel Sud-est asiatico. Qui, le arance sono ancora verdi! Il motivo? Il colore del frutto dipende dal clima in cui cresce: la buccia diventa arancione solo quando la temperatura si abbassa. Nei paesi caldi, la clorofilla non scompare completamente e quindi i frutti rimangono verdi.
Ma non finisce qui: le mele, frutti che conosciamo e apprezziamo in molte varianti, sono addirittura circa 7000! Ogni paese ha le sue varietà, che si differenziano per consistenza, colore, sapore e contenuti nutrizionali. In Italia, ad esempio, il consumo annuale di mele pro-capite è di circa 15 kg. Sono frutti ricchi di polifenoli, vitamina B e sali minerali.
I partecipanti al laboratorio di cucina della Fondazione, dopo aver studiato questi dati, si sono messi alla prova con la preparazione di una confettura di mele e zenzero, un classico della tradizione nostrana, semplice e delizioso.
📌 Tutti i prodotti realizzati nei nostri laboratori sono in vendita presso le strutture di riferimento della Fondazione. Se vi capita di passare di lì, non dimenticate di fare un salto!
🗞️ LO SAPEVI CHE? Curiosità dal mondo raccontate dagli ospiti della Fondazione è un estratto dal nostro giornalino mensile Il Giornalisio.