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Mercoledì 3 dicembre ad Archetto si è tenuta l’inaugurazione del murales realizzato dagli ospiti della Comunità socioterapeutica della Fondazione Don Guanella. L’evento si è svolto alla presenza dei rappresentanti della Banca Raiffeisen del Mendrisiotto, partner del progetto. Un momento semplice ma significativo, nato dal desiderio di valorizzare un percorso che, prima ancora di tradursi in un’opera visiva, è stato un’esperienza condivisa di incontro, ascolto e partecipazione.

In occasione del 125° anniversario della Banca Raiffeisen del Mendrisiotto, la Fondazione del Centenario della Banca Raiffeisen si è assunta il compito di promuovere, in ambito sociale, la cultura del dialogo cooperativo. I valori che guidano la loro Fondazione, come anche la nostra, sono — apertura, solidarietà e democrazia — valori che hanno orientato la scelta dei progetti da sostenere sul territorio. Archetto è stato individuato come realtà ideale per sviluppare un’iniziativa capace di coinvolgere in modo diretto e significativo i ragazzi della Comunità socioterapeutica; da una riflessione condivisa è così nato l’obiettivo di realizzare un’attività creativa che potesse lasciare un segno tangibile e collettivo.

Tre giovani ospiti, guidati dalla conduttrice del laboratorio grafico-pittorico e affiancati dagli educatori, hanno ideato e progettato il murales partendo dal simbolo dell’albero: un’immagine che evoca crescita, radici, equilibrio e continuità. L’11 ottobre, insieme ai volontari della Banca Raiffeisen e agli operatori presenti, hanno dato forma all’opera, trasformando uno spazio quotidiano in un luogo che racconta il valore della collaborazione e della presenza reciproca.

L’inaugurazione è stata un’occasione per condividere questo percorso con i rappresentanti della Fondazione Don Guanella e con i volontari della Banca Raiffeisen che hanno contribuito alla sua realizzazione. Un gesto di riconoscenza e, al tempo stesso, un invito a proseguire nel solco di iniziative che mettono al centro le persone, le loro storie e le possibilità che nascono quando si lavora insieme.

La Fondazione Don Guanella esprime la sua ferma condanna per l’aggressione, avvenuta in acque internazionali, contro le imbarcazioni civili impegnate nel trasporto di aiuti umanitari destinati alla popolazione di Gaza.

Si tratta di un fatto di estrema gravità, che rappresenta un grave colpo al diritto internazionale e ostacola un’azione di solidarietà e assistenza umanitaria rivolta al popolo palestinese.

La Fondazione si schiera al fianco delle organizzazioni e delle tante persone che, in questi giorni, alzano la voce per dire NO alla violenza che continua a colpire Gaza e alle violazioni del diritto internazionale.

Per il progetto InPoint della Fondazione Don Guanella, i ragazzi e le ragazze della Preformazione, insieme a una stagista esterna, hanno realizzato un’intervista a Cecilia Soresina, dottoranda in letteratura e divulgatrice sui social. Attraverso i suoi profili Instagram e TikTok, Cecilia racconta la sua quotidianità come persona cieca e promuove una cultura dell’inclusione, dell’accessibilità e della consapevolezza.

Durante l’incontro sono emersi alcuni punti critici sull’accessibilità in Ticino, soprattutto nell’ambito turistico e culturale, evidenziando quanto ci sia ancora da fare per rendere il territorio davvero aperto a tutti e tutte. L’obiettivo di queste interviste è proprio quello di dare voce a persone direttamente coinvolte e di offrire un servizio di narrazione turistica accessibile e inclusivo, in linea con la missione del progetto InPoint. L’iniziativa offre ai giovani del territorio un’esperienza formativa concreta e dinamica: uno stage estivo di almeno un mese durante il quale è possibile entrare in contatto diretto con il pubblico e con la realtà turistica locale, sviluppando competenze relazionali, organizzative e comunicative. Gli stagisti e le stagiste lavorano fianco a fianco con professionisti e professioniste del settore educativo e della promozione del territorio e, per riconoscere il loro impegno, viene offerto loro un piccolo contributo mensile come segno di apprezzamento per il lavoro svolto nella comunità. In questa occasione, i partecipanti al progetto hanno intervistato Cecilia Soresina e l’hanno accompagnata in un tour alla scoperta del borgo di Riva San Vitale, esplorandone insieme il potenziale inclusivo e raccogliendo spunti preziosi per rendere il territorio più accessibile.

 

Per prima cosa raccontaci qualcosa di te.

Mi chiamo Cecilia Soresina, ho 27 anni e sto svolgendo un dottorato di ricerca in letteratura. In pratica, mi pagano per leggere e scrivere — cosa che trovo bellissima! Nel tempo libero gestisco un profilo Instagram e uno su TikTok dove provo a spiegare, sempre con molta ironia, cosa significhi essere una persona cieca. Il mio obiettivo è quello di sensibilizzare i miei followers su temi come l’inclusione, la diversità e l’accessibilità.

 

Cosa fai durante le tue giornate?

Mi piace molto leggere al computer e scrivere. Vado spesso al cinema: riesco a seguire i film, soprattutto se sono commedie o film non troppo visivi, magari con una trama semplice. Se vado con un’amica o con mia mamma, ogni tanto mi spiegano cosa succede sullo schermo. Anche su Netflix ormai ci sono molti film con audiodescrizioni, e questo aiuta tantissimo. Oltre a questo, esco con gli amici, viaggio e faccio le stesse cose che fanno tutti. Molte persone pensano che, solo perché non vedo, io non possa uscire o divertirmi, ma non è così: con un po’ di accorgimenti si può fare quasi tutto. Ovviamente non posso guidare… ma con le auto che si guidano da sole, chissà, magari un giorno anche quello sarà possibile!

 

Come si chiama il tuo cane guida e come vi trovate insieme?

Si chiama Gloria, ha cinque anni e vive con me da tre. Lavora come cane guida senza ricevere uno stipendio, e questo è davvero un’ingiustizia! Prima di avere Gloria ero una cieca con il bastone, ora invece posso muovermi con maggiore autonomia. Va chiarito che un cane guida non è un GPS: non puoi dirgli “portami alla Denner di Riva San Vitale”. Deve conoscere i percorsi, e io glieli ho insegnati. Gloria si ferma davanti agli scalini, evita ostacoli e persone, ma non distingue i colori dei semafori, perché i cani vedono solo in bianco e nero. Lei è il mio primo cane guida: si può avere a partire dai 18 anni, perché bisogna essere responsabili della sua cura, nutrirlo e gestirlo in autonomia.

 

Conosci Riva San Vitale e le sue attrazioni turistiche? Pensi si possa definire un paese inclusivo?

Sì, la conosco perché sono cresciuta a Mendrisio, quindi è difficile non conoscerla. Da bambina ho visitato il Battistero con il gruppo di catechismo. Da adulta, invece, non saprei dire se ad oggi Riva San Vitale sia davvero un paese inclusivo… lo scopriremo insieme.

 

Tra le attività che svolgiamo nel progetto InPoint, due mattine alla settimana accogliamo i gruppi di bambini dei centri estivi dell’Associazione Famiglie Diurne del Mendrisiotto. Con loro organizziamo un tour turistico di Riva San Vitale, una caccia al tesoro a tema per i più piccoli e dei laboratori con l’argilla. Secondo te, quali potrebbero essere attività a tema turistico adatte anche a bambini e bambine con condizioni visive diverse?

I bambini ciechi o ipovedenti possono fare tantissime cose. Mi avete raccontato che usate l’argilla, e trovo che sia un’idea bellissima: modellare, più che dipingere, è un’attività molto divertente per chi non vede. Oltre a questo, si possono organizzare giochi con la musica oppure cacce al tesoro sensoriali, in cui gli indizi non si leggono ma si ascoltano, si toccano o si annusano. Non è difficile: basta pensare di coinvolgere gli altri sensi, che nelle persone cieche sono spesso più sviluppati. Così anche loro possono partecipare e divertirsi pienamente.

 

Come si potrebbe valorizzare il patrimonio culturale ed enogastronomico di Riva San Vitale e del Mendrisiotto in chiave inclusiva, in particolare per le persone cieche?

Credo si potrebbe lavorare molto sull’aspetto sensoriale. Aggiungere scritte in braille e puntare maggiormente sull’audio — per esempio attraverso audioguide o visite guidate condotte da persone competenti, che sappiano trasmettere ciò che raccontano anche a chi non può vedere.

Non sono un’esperta di accessibilità museale, parlo dalla mia esperienza personale di persona cieca, ma penso che rendere l’esperienza più “ascoltabile” e, dove possibile, anche tattile, sarebbe un grande passo avanti.

 

Secondo te, su cosa dovrebbe ancora lavorare il Canton Ticino nell’ambito del turismo accessibile?

Sicuramente bisognerebbe introdurre il braille in modo più diffuso — sui cartelli informativi, nei musei, per strada. Servirebbero anche materiali accessibili in formato audio. Penso sarebbe importante potenziare le audioguide, così che una persona possa ascoltare anziché leggere, soprattutto nei musei. Un altro aspetto è quello economico: spesso in Ticino pago il biglietto d’ingresso, mentre in molti altri Paesi le persone con disabilità entrano gratuitamente. È un piccolo gesto, ma fa la differenza. Diciamo che, da questo punto di vista, la Svizzera potrebbe essere un po’ più inclusiva.

 

In Svizzera esistono infopoint inclusivi?

Non ne sono sicura, anche perché l’idea stessa di infopoint oggi è un po’ superata. Personalmente non li frequento: di solito cerco le informazioni online o mi muovo con amici. Posso però immaginare che non ce ne siano molti, anche perché già solo distribuire una mappa non è un approccio inclusivo: per una persona cieca, una mappa cartacea non è di grande aiuto.

 

Nella tua esperienza personale, hai notato differenze di trattamento tra il Canton Ticino e gli altri Cantoni dal punto di vista turistico?

Non posso dire di aver fatto tantissimo turismo in tutta la Svizzera, ma posso parlare della differenza tra il Ticino e il resto del mondo. Qui non sono ancora molto abituati alle persone con disabilità visiva: se arrivi e chiedi un biglietto ridotto in un museo, spesso non sanno come gestire la situazione. A volte capita che io sia la prima persona cieca che vedono. Ricordo, ad esempio, che ai castelli di Bellinzona una signora non voleva lasciarmi salire perché aveva deciso che non potevo fare le scale… ma io, anche se non vedo, cammino senza problemi! Credo che ci siano sempre buone intenzioni, ma manca la formazione. Viviamo in un territorio piccolo, quindi è normale che ci siano meno occasioni di incontro con persone con disabilità. In una grande città, come Zurigo o Milano, è diverso: lì ne vedono molte di più e l’approccio cambia. Di recente sono stata in Perù — sono tornata da pochi giorni! — e ho fatto un viaggio incredibile, sono stata in Amazzonia, ho fatto rafting e molte esperienze particolari. Lì, però, le persone erano davvero spiazzate: non erano abituate alla disabilità. Dipende molto da dove vai e da come le persone reagiscono. Per contro, in altri luoghi si trovano realtà molto più preparate: ad esempio, al MoMA di New York ci sono stanze dedicate alle persone cieche o ipovedenti, con quadri in rilievo e descrizioni audio per ogni opera. Quello sì che è un approccio davvero inclusivo.

 

Dal punto di vista professionale, com’è la situazione per le persone cieche?

Purtroppo è ancora molto difficile. Io ho avuto la fortuna di frequentare scuole ordinarie, ma fino a 30-40 anni fa le persone cieche o ipovedenti non avrebbero potuto accedere all’istruzione tradizionale: sarebbero state indirizzate a scuole speciali. Oggi studiare e frequentare l’università resta complesso, e una volta terminati gli studi ci si trova spesso completamente soli nella ricerca di un lavoro. Nel mio caso, anche con ottimi voti e una formazione completa, inviare curricula è stato un percorso difficile: non sai mai se dire subito che non ci vedi, perché potrebbe precluderti il colloquio, oppure rischi che non ti assumano automaticamente. In Ticino, poi, le persone cieche sono poche, molte sono anziane e non cercano lavoro, quindi la situazione lavorativa non è semplice. Io ho avuto fortuna: un professore con cui mi ero laureata aveva un posto libero in università e mi ha proposto di diventare sua assistente. Chi poteva dire di no a un’occasione così?

 

E dal punto di vista delle relazioni sentimentali?

Non sono molti i maschi disposti a uscire con una ragazza non vedente, e non esiste un vero “Tinder per ciechi”. Le app di incontri tradizionali si basano tutte sulle foto, che io non posso vedere, e spesso le persone notano prima la disabilità e non la persona. Una mia amica non vedente ha avuto una relazione con un ragazzo vedente senza problemi, ma i genitori di lui cercavano di ostacolarli per pregiudizi sulla disabilità. Essere ciechi, in un certo senso, permette di concentrarsi su altri aspetti: l’aspetto fisico passa in secondo piano, e ciò che conta è l’intelligenza, l’ironia, la simpatia della persona, non i canoni estetici.

Per il progetto InPoint della Fondazione Don Guanella abbiamo invitato Denise Carniel, attivista e consigliera comunale a Bellinzona. Con lei abbiamo parlato di accessibilità, turismo inclusivo e delle sfide che ancora oggi caratterizzano il Canton Ticino e i suoi Comuni. Di seguito trovate l’intervista realizzata dai ragazzi e dalle ragazze della Preformazione, insieme a una stagista esterna che ha aderito al nostro progetto.

L’iniziativa offre ai giovani del territorio un’esperienza formativa concreta e dinamica: uno stage estivo di almeno un mese all’InPoint, durante il quale è possibile entrare in contatto diretto con il pubblico e con la realtà turistica locale, sviluppare competenze relazionali, organizzative e di comunicazione, lavorando fianco a fianco con professionisti e professioniste del settore educativo e della promozione del territorio. Inoltre, per riconoscere il loro impegno e rafforzare il senso di responsabilità e partecipazione al progetto, viene offerto loro un piccolo contributo mensile, pensato come segno di valore e apprezzamento del lavoro che svolgono all’interno della comunità.

Gli stagisti e le stagiste coinvolte si sono preparate con cura, hanno fatto le domande a Denise Carniel e poi l’hanno accompagnata in un vero e proprio tour narrativo per le vie del borgo di Riva San Vitale, raccontando storie e curiosità del paese.

 

Conosci Riva San Vitale e le sue attrazioni turistiche?

In realtà conosco bene il Luganese e i suoi principali paesi, ma il Mendrisiotto e Riva San Vitale li conosco poco. Proprio per questo sono felice di scoprirla insieme a voi oggi.

 

Si può definire Riva San Vitale un paese accessibile?

Per quello che ho visto finora, direi di no. Faccio un esempio: dalla stazione di Capolago sono arrivata qui con un autobus troppo piccolo per permettermi di muovermi liberamente con la mia sedia a rotelle elettrica. La TPL (Trasporti Pubblici Luganesi), ad esempio, utilizza mezzi più spaziosi e il personale segue corsi di sensibilizzazione; non so se lo stesso avvenga per l’AutoPostale. L’autista è stato però gentile ed era preparato nell’utilizzo della pedana, il che non è affatto scontato, ma ha dovuto farmi scendere in un punto diverso rispetto alla fermata di Riva San Vitale Piazza: lì, infatti, ci sono delle barriere architettoniche, dei blocchi di cemento sul marciapiede che ostacolano il passaggio. Ma anche nel punto alternativo, dove sono scesa, la pedana non poggiava su una superficie a norma, era troppo in pendenza.

Per questo credo sia importante che il Comune, lo dico in maniera costruttiva e non accusatoria, rifletta su come diventare davvero inclusivo. Un paese accessibile per una persona in sedia a rotelle lo è anche per una donna incinta, per chi spinge un passeggino, per un anziano col deambulatore o con il bastone, e persino per chi ha difficoltà visive.

 

Su cosa deve ancora lavorare il Canton Ticino nell’ambito del turismo accessibile?

Secondo me ci sono due aspetti fondamentali. Il primo è quello pratico: ridurre le barriere architettoniche, sistemare marciapiedi e ingressi dei negozi. Non è semplice, ma nemmeno impossibile. Il secondo riguarda il cambio di mentalità: bisogna capire che l’accessibilità non è solo legata agli spostamenti sanitari. In Ticino, ad esempio, la Croce Rossa offre un servizio di trasporto, ma solo per visite mediche o fisioterapia, come se una persona con disabilità non avesse una vita sociale. Anche noi vogliamo andare al cinema, al ristorante, lavorare, vivere pienamente.

Faccio un esempio personale: quando sono stata eletta al consiglio comunale di Bellinzona, è emerso subito un grosso problema. L’edificio municipale non era accessibile: niente ascensore, e io con la carrozzina elettrica non potevo entrare. Mi fu proposto un montascale cingolato, una sorta di sedia del dentista con cingoli: poco comoda e dannosa per la schiena. Per mesi l’ho usato, per non sembrare polemica, ma alla fine il medico mi ha vietato di continuare e ho dovuto scrivere a Berna per ottenere un montascale adeguato. Il problema è che molte città ticinesi sono di origine medievale e non si può intervenire senza l’autorizzazione dell’Ufficio dei beni culturali. Questo complica tutto, ma non può essere una scusa per rinunciare all’accessibilità.

In Ticino ci sono tante persone di buon cuore che si impegnano, ma il ritardo è ancora grande. Spesso a occuparsi di accessibilità sono persone che non hanno mai usato una carrozzina o vissuto certe difficoltà in prima persona. La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità dice chiaramente: «Non si parli più di noi senza di noi». Ecco, il primo passo è proprio questo: vedere i problemi, ascoltare chi li vive e costruire insieme soluzioni concrete.

 

Come si potrebbe valorizzare il patrimonio culturale ed enogastronomico di Riva San Vitale, e del Mendrisiotto, in chiave accessibile?

Poche persone lo sanno, ma esiste un’applicazione chiamata Ginto, che fornisce informazioni su diversi aspetti dell’accessibilità, come toilette, parcheggi, hotel e altro, aiutando a pianificare viaggi senza barriere. In pratica, è come un “Tripadvisor dell’accessibilità”. L’app è attiva in tutta la Svizzera e, in Ticino, l’obiettivo è farla conoscere sempre di più.

Ad esempio, per quanto riguarda i servizi igienici per le persone con disabilità, per legge dovrebbero essere tutti chiusi e accessibili solo con una chiave chiamata Eurokey. Si tratta di un sistema universale che permette di entrare in ascensori, bagni, spogliatoi e altri impianti riservati. Questo è particolarmente importante se si pensa che circa il 70% delle donne con disabilità motoria è cateterizzata e ha bisogno di un bagno pulito e sicuro per gestire autonomamente un processo delicato. Se il bagno fosse accessibile a chiunque, non sarebbe possibile garantire le condizioni necessarie. Fortunatamente, ottenere la chiave Eurokey è semplice: costa 16 CHF, può essere richiesta alla Pro Infirmis e rimane propria per sempre.

Allo stesso tempo, dal punto di vista commerciale, per un ristorante o qualsiasi attività essere segnalati come accessibili è un grande vantaggio: rappresenta una pubblicità positiva e concreta. Proprio per questo, io e il mio gruppo di lavoro stiamo cercando di importare dalla Svizzera interna uno sticker simile a quello “Formiamo apprendisti”, da applicare sulle porte dei ristoranti, con scritto “Qui è accessibile”, così che le persone con disabilità non debbano chiedere ogni volta. Inoltre, se i punti informativi turistici verificano e segnalano i ristoranti che rispettano già questi standard, si può creare una lista affidabile per chi ha esigenze particolari.

Nonostante questi strumenti, chi ha delle disabilità sa che nel 90% dei casi, quando va in vacanza, non troverà quello che servirebbe davvero. Un altro enorme fastidio è, ad esempio, che nei ristoranti gli adulti con disabilità spesso non vengono considerati autonomi: non gli viene servito vino, o si presume che debbano bere poco. Allo stesso modo, se una persona con disabilità va a cena, si chiede all’accompagnatore cosa desidera mangiare, invece di rivolgersi direttamente a lei. Sarebbe come chiedere alla madre di un bambino di due anni il nome del figlio invece di chiedere al bambino stesso. Questo atteggiamento fa sentire le persone incapaci di scegliere e autodeterminarsi, quando invece dovrebbero essere trattate come tutti gli altri.

Il problema si estende anche agli hotel: molte strutture dichiarano di essere accessibili, ma in realtà presentano quella che io chiamo “accessibilità a metà”. Ad esempio, può esserci una rampa per entrare e un ascensore per salire ai piani, ma il bagno spesso è inaccessibile. In questi casi, ci si trova a dover limitare le proprie attività serali. Per migliorare davvero, bisognerebbe prendere esempio da Paesi come il Canada, dove il turismo inclusivo garantisce che chi ha difficoltà trovi servizi completi e coerenti, permettendo a tutti di godersi la vacanza senza limitazioni.

 

Come si potrebbero proporre attrazioni e attività turistiche alle persone con disabilità?

Durante un mio intervento, in occasione di una manifestazione, sono stata cinica perché ho detto: “La condizione più democratica al mondo è la disabilità, perché prima o poi tocca tutti”. Io propongo le stesse attività pensate per chi non ha disabilità, senza insistere sulle differenze. Ad esempio, come già fate, proporrei anch’io laboratori di ceramica o di plastilina, giochi di società e altre attività creative per i bambini. Tutti, indipendentemente dalle proprie capacità, hanno bisogno di rispetto, cura, tenerezza e allegria; basta creare contesti che permettano di esprimersi attraverso l’azione e di incontrare gli altri. Per quanto riguarda il tour del borgo, l’idea di raccontare i luoghi è davvero bellissima, proprio perché alcune aree storiche o architettoniche non sono completamente accessibili. Un consiglio concreto che vi potrei dare riguarda il Museo delle biciclette nel nucleo storico: poiché non è totalmente accessibile, in alcune occasioni si possono esporre le biciclette all’esterno, permettendo anche a chi non può entrare di vederle. Inoltre, per supportare i ragazzi che narrano in maniera professionale ed esaustiva, è utile integrare anche supporti audio e video, in modo che l’esperienza sia fruibile a tutti.

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